Impressioni di Belpaese: Turner, il mago della luce

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Impressioni di Belpaese: Turner, il mago della luce

Messaggio  Fax AdM il Lun Nov 17, 2008 5:16 pm

La vertigine di una gola profonda, serrata tra due pareti di rocce a strapiombo, dove la luce filtra a fatica dalle coltri di nuvole dando all'immagine una evanescenza spettrale. Eccolo, il "Passo del San Gottardo" così come lo immortala il portentoso Joseph Mallord William Turner in quel suo primo viaggio in Italia del 1802, quando attraversata la Manica, assaporata Parigi dalle sale del Louvre, si trovò di fronte lo spettacolo naturalistico delle Alpi con i loro dirupi, i loro picchi e i ghiacciai che trasfigurarono completamente la sua immaginazione. Aveva ventisette anni, il pittore di Covent Garden (1775-1851), quando mise piede per la prima volta in Italia, e questa terra non smetterà mai più di suggestionarlo e di commuoverlo, di instillare nel suo estro una palpitante concezione del paesaggio, regalandogli l'euforia per un gusto rivoluzionario.

Proprio il "San Gottardo", in cui Turner riesce a dare forma ad una delle più potenti rappresentazioni della forza della natura che prefigura l'estro di un romanticismo visionario, è uno dei capolavori che apre il percorso della mostra "Turner e l'Italia" sotto la cura di James Hamilton, che dal 16 novembre al 22 febbraio viene ospitata a Palazzo dei Diamanti, organizzata da Ferrara Arte in collaborazione con la National Gallery of Scotland di Edimburgo.

Turner, pittore dal formidabile talento incastonato tra il Settecento e l'Ottocento, ma con intuizioni e ricerche estetiche che sembrano embrioni di uno spirito da avanguardia, ha conquistato fama di critica e pubblico per quella sua personalissima attenzione agli effetti atmosferici e luministici, concependo un'idea di pittura paesaggistica basata sugli aspetti più drammatici e sublimi della natura. Turner, enfant prodige che scopre l'amore per l'arte a quattordici anni, è diventato uno degli artisti più affascinanti della storia dell'arte per quella sua capacità di arrivare a soluzioni visive quanto mai innovative, codificando uno stile unico in cui le forme e le figure perdevano consistenza, si liberavano del tradizionale impianto prospettico, per fondersi in un'armonia di ipressioni e per trasfigurarsi all'insegna della luce. Se i suoi colori diventavano "atmosferici", Turner non fece altro che anticipare la rivoluzione cromatica dell'impressionismo, a braccetto con la teorie del colore di Goethe. Turner, infatti, aveva intuito nell'arte ciò che Goethe elaborerà sul fronte scientifico, ossia che la condizione di manifestazione di ogni cosa nella realtà è la luce. Non a caso, è lo stesso Octave Mirbeau a sottolineare come Monet, dopo la Senna, decise di andare a Venezia a riscoprire la genuinità della luce, sull'esempio di Turner.

A questa intuizione arrivò attraverso l'intensa luminosità dell'atmosfera italiana, ci arrivò visitando Roma, Napoli, Venezia, Firenze, magari con un pizzico di devozione alla lezione dei grandi maestri italiani del passato, come Tiziano, Domenichino, Correggio, non senza una spassionata ammirazione per raffinati vedutisti legati a soggetti storico-mitologici come Nicolas Pussin e Claude Lorrain. Ma Turner sa superare di gran lunga l'agguato del pittoresco, per conquistare la meta di un paesaggio che trascende il dato realistico e punta ad una visione più lirica ed emozionale. E dalle Alpi alla laguna, la rassegna ferrarese ha il pregio di sviscerare con cura tutta la profonda italianità che c'è in Turner, che dopo Goethe incarna il senso più autentico del Grand Tour d'Italia, proponendo un vasto repertorio di opere, oli, acquerelli, disegni, incisioni e soprattutto i taccuini, quei famigerati album di schizzi-appunti di viaggio eseguiti da Turner nei suoi numerosi soggiorni e spostamenti nella penisola, con una documentazione attenta e scrupolosa della sua produzione, dai quadri giovanili fino agli straordinari capolavori dell'ultimo periodo.

Una parabola estetica che ha un suo prologo nella fascinazione di un'Italia scoperta attraverso i grandi paesaggisti britannici della generazione precedente, come Richard Wilson e John Robert Cozens, che avevano visitato la penisola ritraendone il paesaggio, ma anche dall'opera di illustri predecessori italiani come Salvator Rosa. Alla sua pittura spettacolare e tenebrosa Turner si ispira per il suo "Castello di Dolbadern" della Royal Academy of Arts di Londra, del 1800, costruito sul drammatico contrasto di luci e ombre e sulla contrapposizione tra l'imponente scenario montuoso su cui si erge la fortezza e le piccole figure in primo piano. E il primo viaggio in Italia, del 1802, gli regala una calda e morbida luminosità con cui firma paesaggi ancora classici, influenzati da Poussin: ma alle scene pastorali in primo piano, orchestrate con un sapiente gioco di ombre e luci, già si intuisce l'idea di una natura grandiosa e misteriosa, inquieta e torbida, come nel "Castello di Saint Michel, Bonneville, Savoia".

Nel 1819, il presidente della Royal Academy, Thomas Lawrence, che ben conosceva il talento dell'artista, scriveva: "Turner dovrebbe venire a Roma. Qui il suo genio troverebbe pane per i suoi denti. In lui c'è un'eleganza, spesso una grandezza d'invenzione che necessita di uno scenario come questo per esprimersi liberamente": nell'agosto di quell'anno, Turner parte per il suo secondo viaggio in Italia. Tante le soste, da Torino, Milano, i Laghi, Venezia, Bologna, Ancona, Spoleto, Narni e, al rientro, Firenze per riempire i suoi taccuini di schizzi e di osservazioni. Fino a Roma dove conobbe Canova, venne eletto membro dell'Accademia di San Luca, e lavorò senza sosta come rivela il vasto ed affascinante nucleo di acquerelli dedicati ai più illustri siti della città eterna e alla campagna romana. Oltre ad uno dei più celebri dipinti italiani, "Roma vista dal Vaticano". Ed ecco che la brillantezza della luce della penisola modificò in maniera irreversibile la sua tavolozza.

Sarà il felicissimo secondo soggiorno romano del 1828, a segnare il culmine del successo internazionale di Turner all'insegna di una scalpitante innovazione pittorica. Insieme a Roma, fu Venezia, cui la mostra dedica una sezione specifica, a stimolare fortemente la sua arte. Qui, dove soggiornò nel 1819, nel '33 e nel '40, scoprì la "percezione della luce", nel senso che imparò a vedere le cose come puri effetti di luce. Ad aiutarlo, tutta quell'acqua del Canal Grande e del bacino di San Marco, una vera rivelazione che amplificava i riflessi luministici. Passava le ore ad osservare lo skyline come linea d'orizzonte sull'acqua. Preferiva una prospettiva dall'acqua. A largo, su un'imbarcazione, contemplava la terraferma avvolta da un gioco atmosferico senza confini, dove cielo e mare si compenetravano, dove le famose architetture veneziane, il gorgoglio del gotico fiorito, lo sfarzo bizantino, l'eleganza palladiana, perdevano la loro precisione dei contorni, e venivano risucchiate in un vortice di riflessi "nell'acqua e dall'acqua". Nei suoi acquatici paesaggi veneziani, Turner coglieva lo stesso luogo in momenti diversi del giorno, dall'alba al tramonto, per documentare il ciclo naturale della luce. Turner spostò l'attenzione sulla città intesa come "manifestazione della natura" e non come riproduzione perfettamente somigliante. Oramai quello che interessava Turner non era la grandiosità della veduta scenografica di una città, con i suoi rappresentativi edifici e il suo folklore turistico, "fotografato" come in una cartolina. Era la percezione di una città avvolta dagli instabili effetti atmosferici del cielo che si riversano nell'acqua. Venezia diventava un trionfo di impressioni. E la strada alla modernità è ormai spalancata.

(fonte: La Repubblica)

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Re: Impressioni di Belpaese: Turner, il mago della luce

Messaggio  Fax AdM il Lun Nov 17, 2008 5:25 pm


"Passo del San Gottardo", 1804


"Roma, vista dal monte Aventino", 1836


"Il palazzo di Caligola", 1831


"Sacra famiglia", 1803


"Veduta di Orvieto", 1828


"Roma moderna". Campo Vaccino (part.), 1839


"Il Tevere e l'Aventino", 1794-97


"Roma vista dal Vaticano", 1820


"Venezia con la Salute", 1840-45


"Il Vesuvio e il convento di San Salvatore", 1794-97

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