Man Ray: il genio irrequieto dal Dadaismo alla Polaroid

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Man Ray: il genio irrequieto dal Dadaismo alla Polaroid

Messaggio  Fax AdM il Mar Nov 04, 2008 11:50 am

"Mentre giocavamo a tennis in campo, sottolineavo a voce alta ogni passaggio, per cercare di fare conversazione. Quindici, trenta, quaranta, gioco. E ogni volta Duchamp rispondeva, in inglese, una sola parola: Yes". Così Man Ray, maestro sofisticato ed eclettico dell'avanguardia dadaista che esplodeva tra la fine degli anni Dieci e gli anni Venti all'insegna di una concezione "s-regolata" e irriverente dell'arte, ricorda quell'estate del 1915 quando venticinquenne risiedeva nella comunità di artisti a Ridgefield nel New Jersey, vicino New York, e fece la conoscenza di Marcel Duchamp. Ray non parlava una parola di francese e Duchamp a stento l'inglese, ma si capirono benissimo, dando il via ad una lunga amicizia e collaborazione.

Man Ray, al secolo Emmanuel Radnitzky nato a Philadelphia da genitori russi e cresciuto a Brooklyn facendo i lavori più diversi, fino a quel momento si divideva tra pittura e fotografia cui si era appassionato frequentando la Galleria 291 di Alfred Stieglitz. Il suo gesto pittorico rasentava l'euforia astrattista rigorosamente su tele monumentali, mentre la fotografia diventava un territorio di acuta e briosa sperimentazione. In più c'era sua moglie, la poetessa belga Donna Lecoeur, pseudonimo di Adon Lacroix, che lo iniziava alle opere dei poeti francesi Mallarmé, Rimbaud e Apollinaire, inventori dell'"alchimia della parola".

Ma Duchamp divenne il suo punto di svolta, per arrivare ad una concezione davvero innovativa dell'opera d'arte, che lo trasformerà nell'abilissimo e sofisticato "giocoliere" della creatività, nel prototipo dell'artista sperimentale contemporaneo, capace di manipolare strumenti e oggetti sotto la forza di idee ironiche e caustiche, dissacranti e gioiose. Da una parte la fotografia, di cui fece un utilizzo spregiudicato e affascinante, passando dalle immagini sofisticate e patinate della moda, collaborando ad "Harper's Bazar", "Vogue", "Vu", "Vanity Fair" e altre riviste famose, alle elaborazioni geniali, seppur nella loro semplicità, dei rayogrammi le foto di sua invenzione eseguite a contatto diretto con gli oggetti. Dall'altra, i ready made modificati, oggetti prelevati dal loro contesto quotidiano, decontestualizzati e "corretti" dal tocco visionario e onirico dell'artista, come il famoso "Cadeau", il ferro da stiro irto di chiodi.

Una carriera, tra gli Stati Uniti e la Francia, che viene rievocata dalla mostra "Man Ray. Uncorcened but non indifferent / Incurante ma non Indifferente" che ospita fino al 6 gennaio il Man - acronimo che sembra un caso del destino - il Museo d'Arte della Provincia di Nuoro, che presenta circa trecento pezzi provenienti dalla collezione del Man Ray Trust di Long Island a New York, fondazione creata dopo la morte dell'artista, nel 1976 a 86 anni, dalla seconda moglie Juliet Browner, conosciuta quando faceva la modella, e che vanta un patrimonio di oltre duemila pezzi rappresentativi di sessant'anni di attività creativa. Si tratta di disegni, fotografie, dipinti, sculture, oggetti personali e documenti selezionati dai curatori Noriko Fuku e John Jacob per raccontare una carriera straordinaria che si svolse in quattro tappe fondamentali a New York, Parigi, Los Angeles, e ancora Parigi, nel doppio binario creativo del Dada e Surrealismo.

Una parabola in cui vita e arte, come sostengono i curatori, si intrecciano in modo "incurante ma non indifferente", frase che la moglie Juliet fece incidere sulla sua lapide nel cimitero parigino di Montparnasse. C'è il ricordo di New York sullo sfondo della grande amicizia con Duchamp, quando Man Ray iniziava a guadagnarsi da vivere proprio con la fotografia, realizzando ritratti e documentando le opere di altri artisti, come "Il Grande Vetro" di Duchamp, esposto a lungo alla polvere - e la mostra regala anche un documento inedito sul "Grande Vetro" - e si sbarca a Parigi, dove arrivava il 14 luglio del '21, invitato dall'amico e accolto amichevolmente dai dadaisti parigini. E lo testimoniano alcune opere nate dal rapporto stretto intrattenuto da Man Ray con Max Ernst (una composizione di frottages eseguita a quattro mani), con Picasso, Léger, Mirò. Ma la fotografia è la sua punta di diamante. Nel '22, sviluppando alcune immagini di moda per il famoso Poiret, scopriva per caso la tecnica del rayograph, ottenuto dando luce ad oggetti disposti in modo ravvicinato alla carta da sviluppo vergine. Tecnica che lo consacrerà e che lo legherà inscindibilmente alla storia della fotografia sperimentale. E in mostra, ci sono le lastre fotografiche e gli strumenti dei suoi rayogrammes degli anni Venti, le foto per "Les main libres" degli anni Trenta, ma anche le divertite polaroid dei Sessanta.

L'esposizione ha il pregio di condensare tutta la sua personalità di pittore, fotografo, creatore di "oggetti dadaisti", inventore dell'aerografia applicata alla pittura, ma anche scrittore e narratore. Lo raccontano persino memorabilia sfiziosi come i gioielli creati per la moglie, la sua bombetta, il suo bastone, lettere, il manoscritto iniziale della sua autobiografia e le testimonianze di una inesausta curiosità che si spinse ad inventare anche un prodotto chimico fotografico e una scacchiera magnetica. Una creatività avventurosa, quella di Man Ray, fomentata anche dall'ambiente parigino che fu costretto a lasciare nel '40, prima dell'occupazione nazista, per volare a Hollywood. Solo nel '54 riuscirà a tornare definitivamente nella sua Parigi, la città del cuore.

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Re: Man Ray: il genio irrequieto dal Dadaismo alla Polaroid

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